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L’INNAMORAMENTO – scorci da un racconto di Cristina Moretta

Quando irrompe nella vita di ognuno di noi, l’innamoramento è un evento davvero magico.

Improvvisamente l’Io, diventato maturo e pronto, percepisce una parte di Sé mai vista prima e, scorgendola, prova una soddisfazione totalizzante e un desiderio cosi intenso da sentire di non poterne più fare a meno, mai.
Nelle svariate domande che ci accompagnano nel nostro percorso di vita e che hanno sempre l’Io come soggetto, una certezza squarcia improvvisamente la nebbia che avvolge il nostro essere persona, nel mondo: “io sono fatto per amare”. Ed è in questa improvvisa e destabilizzante certezza che a volte ci perdiamo, e finiamo per investire nei rapporti di coppia in modo totale, sognando e agognando che l’Altro/a sia disponibile a puntare su di noi quanto noi puntiamo su di Lui/Lei.
Tuttavia, se siamo stati sufficientemente fortunati, se la nostra esistenza è stata cercata, desiderata, voluta, possiamo dire di aver già vissuto un’altra esperienza di amore assoluto, e il modo in cui l’abbiamo percepita, vissuta, sperimentata sulla nostra pelle ci ha fornito la prima certezza sulla quale abbiamo potuto costruire la nostra identità: “io sono fatto per essere amato”.

Nel passaggio tra queste due esperienze di amore di cui siamo prima oggetto poi soggetto talvolta ci perdiamo, ci blocchiamo o ci sottraiamo, certi di non meritarlo.
Perché, se è vero che la relazione partecipa e definisce la definizione di persona e, se la prima relazione sperimentata non è sufficientemente calda, rassicurante, nutriente e creativa, allora il nostro esistere e vivere in relazione ne sarà inevitabilmente condizionato.

A meno che non accada come ai personaggi di questo racconto che riescono a trovare in luoghi alti ed altri il vero volto dell’amore.
Perché è nell’appartenenza e nella ricerca del legame che troviamo il senso della nostra vita.

Ed ecco, voglio regalarvi un brano tratto dal mio romanzo in fieri. Parla di un adolescente e della nascita dell’amore.

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Da

TRE GIORNI

di Cristina Moretta

Ancora faceva fatica a crederci.
Tutto sembrava uguale, ma non lo era.
Sentiva che non lo era.

La prima cosa che lo colpì fu la luce, insieme alla curiosa sensazione di essere in un posto nuovo dove tutto sembrava già visto, conosciuto, vissuto.
Ogni cosa però sembrava semplice.
E poi faceva un freddo freddissimo, mai sentito in città un freddo simile.
Minuscoli fiocchi, secchi e pungenti sembravano danzare nell’aria e gli arrivavano sul volto, sui capelli sulle spalle sulla lingua.
Si guardò attorno e con un po’ di attenzione riconobbe il luogo.
Lo conosceva bene, un sacco di volte si era ritrovato con i suoi compagni di scuola a giocare a calcetto, quando ancora le energie non erano svanite dal suo corpo e dalla sua anima, lasciando il posto alla noia, alla solitudine, al buco nero.

“Raga al campo alle 15 ?” – iniziava cosi, con un sms sulla chat.
Calcetto e birra e poi sparare minchiate galattiche e ridere e lasciarsi tutto indietro, come se la vita fosse tutta quanta lì in quel momento e tutta da assaporare con golosa ingordigia.
A pensarci ora sembrava essere trascorso un tempo lunghissimo e quasi faceva fatica a riprendere quelle immagini che gli rimandavano parti di sé che non riconosceva più.
Il corpo sudato e stanco, le vibrazioni di un passaggio alla Pirlo, lo sfottò di chi vinceva , il progettare una nuova partita.
Sentire le emozioni, la gioia e la sensazione che la vita potesse essere tutta li, il calcetto, gli amici, la birra e le ragazze che passavano e che si lasciavano guardare, e le fantasie che si accendevano dietro i leggings che fasciavano i giovani corpi.

Eppure qualcosa non tornava.
Se ne accorse quasi subito.

Era come se la realtà fosse stata oggetto di un copia/incolla un po’ bizzarro in cui le varie parti ricomposte formavano un tutto che pareva improvvisamente estraneo.
Nell’insieme sembrava che quel parco, quella strada, quei campi da calcetto fossero parte di una realtà conosciuta, vissuta, annusata e goduta ma al contempo c’era qualcosa che li rendeva tremedamente diversi.
Altri luoghi.
Meno macchine, ciò era evidente, e quelle che si vedevano in giro erano o piccole o con una strana forma allungata e spigolosa.
Le strade sembravano molto più ampie e spaziose, le automobili le percorrevano con una tranquillità disarmante, che faceva pensare che le persone che ne erano alla guida non avessero un reale posto da raggiungere ma che si limitassero a starci sopra, e basta.
E poi le persone… così similmente diverse.

Ragazzi e ragazze che percorrevano il vialetto, parlavano animatamente tra di loro oppure ascoltavano musica che proveniva da strane scatole rettangolari da cui uscivano note graccchianti e pungenti.

Nessuno parlava al telefono o teneva lo sguardo fisso su uno smartphone, alla ricerca di chissà quale video su Youtube o di chissà quale foto su Instagram da commentare senza voglia.

Chi era seduto su una panchina aveva un libro tra le mani oppure se ne stava bellamente sdraiato, lo sguardo fisso rivolto verso il cielo.
Molti andavano sullo skateboard, altri si lanciavano uno strano disco di plastica e sembravano divertirsi un sacco, altri giocavano a pallone, altri ancora stavano seduti sul prato, gambe incrociate a fumare e suonare la chitarra.
“Sembrano dei fricchettoni anni ’70” – pensò Giulio distrattamente.
Sospirò e si accese una sigaretta. Si strinse nel suo giaccone troppo leggero per un gennaio cosi rigido e pensò che forse il suo era solo un sogno.

Forse non stava capendo delle cose, ma pazienza.
La sua vita ora era cosi, obbediva a due semplici regole : non porsi troppe domande e lasciare andare il più possibile i pensieri.
Il suo terapeuta gli aveva dato delle dritte su come evitare che l’ansia prendesse il sopravvento quando stava fuori di casa e tutto sommato funzionavano. Stare fuori non era più cosi tanto angosciante anche se evitatva di posare troppo lo sguardo sugli altri.
E poi stare lì gli piaceva. Non sapeva il perché ma si sentiva bene.
Ripensò, solo per un breve momento alla mattinata appena conclusa, iniziata come molte altre.
Sua madre che gridava, il volto contratto, gli occhi spenti, la voce stretta da un’impotenza che sembrava percorrerla dalla testa ai piedi.
Giulio alzati, Giulio fatti la doccia, Giulio mettiti degli abiti puliti, Giulio hai dei programmi per la giornata, Giulio non puoi passare la vita a letto…

Giulio Giulio Giulio

Cosi da mesi.
Mamma non rompermi i coglioni.
Mamma sto male,
Mamma non ho una ragione per alzarmi.
Mamma ho paura.
Mamma non sento niente.
Cosi da mesi

E poi, a volte, iniziava la danza… che lasciava entrambi sfiniti e disillusi, feriti e abbracciati alle reciproche solitudini, pieni di rabbia e di dolore.
Ballerini arrabbiati, fisicamente troppo vicini ma persi in un desolante vuoto di senso fino a che una se ne andava sbattendo la porta, e l’altro che si girova dall’altra e chiudeva gli occhi alla vita.

E’ cosi difficile stare in tutto ciò, mamma?
Cosa ti fa così paura?
Da che cosa vuoi scappare, sottrarti?
Da me? Dalla mia stanza vuota?

Dai miei vestiti che puzzano sotto le coperte?
Dalle mie giornate spente? Dai miei pensieri sempre uguali?
Dai miei libri appoggiati li, abbandonati alla loro sapienza muta?

Avrebbe voluto chiederglielo ma anche fare domande era diventato faticosamente inutile e cosi tutte queste domande rimanevano dentro la sua testa, a fargli un po’ di compagnia per poi fluire nell’unica conclusione che lo accompagnava da un po’

“Fanculo.”

Iniziò a camminare, lo sguardo fisso, il cuore stanco.
Cercò di allontanare un po’ da sé la grande solitudine e l’impotenza che quelle domande e quei pensieri gli avevano scaraventato addosso, come sassi che cadono da un cavalcavia, lanciati da qualcuno che nella crudeltà trova il senso della vita. Respirò con la bocca spalancata, alla ricerca di aria fredda da inghiottire che riuscisse a scuoterlo un po’.

E poi la vide.
E tutto iniziò.

Molte volte si era chiesto se esistessero davvero i momenti in cui la vita, quella che è nostra, che ci appartiene e che conosciamo come le nostre tasche, potesse cambiare completamente il suo corso.
Ci sono davvero momenti così, che ci fanno diventare improvvisamente diversi? Momenti che palesano davanti ai nostri occhi una realtà sconosciuta, forse a tratti insostenibile e che dal suo ignoto fa emergere muta una linea di demarcazione tra il prima e dopo quell’attimo?
Oppure, piu semplicemente momenti del genere rappresentano il punto di arrivo di un processo lento, che sfugge alla nostra consapevolezza, che scorre sotteraneo alle nostre giornate e ai nostri affanni ma che ad un certo punto non riusciamo piu ad evitare?
E ne incrociamo lo sguardo, a volte nudo e feroce, altre morbido e paziente e nel sentirne l’odore la nostra vita cambia, così in una frazione di secondo?
Accadde.
Quando Giulio la vide, entrò in quel momento.
E tutto prese a girare vorticosamente.
Un senso di nausea arrivò fino giu alle viscere, lo fece barcollare.
Non è possibile, non ora, non qui.
Lei. Sola. Piccola. Dentro ad un giaccone enorme.
Stava seduta su una panchina, aveva l’aria distratta e un po’ svagata.
Giocherellava senza gioia con il suo cane, che pareva intento a darle un po’ di della sua… con guaiti e movimenti di coda.
I capelli raccolti in due trecce, un po’ allentate, il viso affilato, lo sguardo colmo di tristezza, se ne stava li con il corpo contratto nel suo giaccone blu.
Non sembrava attendere qualcuno, sembrava una ragazzina sola che non era attesa da nessuno.

Era lei, Giulio ne era sicuro.
Lo sguardo, il modo di muovere le mani, di toccarsi i capelli e di fissare la vita era il suo e lo avrebbe riconosciuto tra mille.
Eppure non poteva essere, come avrebbe potuto essere?
Si avvicinò, lentamente.
Ora la vedeva meglio.
Quattordici anni, forse quindici.
Gli occhi enormi erano aperti su un mondo senza gioia, le gambe accartocciate erano fasciate da un paio di jeans scoloriti su cui spiccavano le scritte “I’M free”, “Fate l’amore non la guerra” e il contorno un po’ sbiadito del simbolo dell’infinito che ombreggiava dalla tasca posteriore, mezza sdrucita.
Ai piedi le pedule slacciate da cui facevano capolino dei calzini a righe rosse e gialle.
Un maglione rosso e lungo sbucava dall’orlo del giaccone.
Il suo primo impulso fu di girare le spalle e allontanarsi da quel flash spazio temporale che aveva tutta l’aria di un incubo generazionale.
Fuggire da quel prima che precede un dopo in cui tutto sarebbe stato diverso e comunque avrebbe presentato, prima o poi un conto da pagare.
Invece non se ne andò, ma si avvicinò e si sedette lì, su quella panchina.

“Ciao, aspetti qualcuno?” – le disse.
Solo allora lei si volto e lo fissò, incuriosita ma non stupita.
E tutto iniziò a girare e Giulio fu catturato da quel viso, da quello sguardo.
Era solo suo, apparteneva solo a lei, lo avrebbe riconosciuto ovunque.
E anche se la logica, la razionalità gli suggerivano altro, Giulio si perse dentro quell’accenno di sorriso che iniziava a scorgere.

Aveva amato quel sorriso, immensamente.
E gli mancava di già, immensamente.

All’improvviso ricordò che quando era piccolo l’esigenza di vedere il suo sguardo sorridente rivolto verso di lui era talmente forte, che quando non lo scorgeva e lei gli sembrava assorta nei suoi pensieri, o intenta a fare altro non riusciva a trattenersi e glielo chiedeva, cosi senza un preciso motivo

“Sorridi, dai!”
E lei, e distratta, lo guardava, lasciando che un sorriso enorme in cui partecipavano complici gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie si stampasse sul suo volto e tutto andava a posto per lui.
Perché in quel tempo il suo mondo era ancora magicamente legato al sorriso di lei, al suo essere gentile e accogliente e gli pareva di non avere bisogno di altro.
La sua voce, lo distolse da quei ricordi.

Il racconto continua. Se vi è piaciuto, ne pubblicherò altre parti, prossimamente…

C.M.

 

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