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L’ALCHIMIA DELLA COPPIA – di Cristina Moretta

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La mia pratica clinica come psicoterapeuta di coppia mi porta a essere sempre più convinta che la relazione partecipi alla definizione di persona.
Esistiamo in relazione fin dal nostro primo istante di vita ed è all’interno di essa che convergiamo inevitabilmente la maggior parte delle nostre esigenze affettive ed emotive.
Ciò che raccolgo all’interno dei percorsi terapeutici sono proprio quelle esigenze frustrate che danno origine al disagio: esigenza o pretesa di essere amato, riconosciuto, adorato, risarcito.
Come se il nostro partner dovesse per forza possedere la chiave per aprire le porte di ogni nostra stanza mancante, o anche solo dolente, e riempirla.
La coppia nasce attraverso un processo alchemico: un uomo e una donna, o due uomini o due donne, sono esseri unici, non confondibili, estranei fino ad un attimo primo di scegliersi, custodi di una propria identità, fatta di bellezza e di imperfezione.
Entrando in rapporto creano un processo identificatorio magico e paradossale: da un lato l’Io preme per continuare a fare esperienza della proprioa unicità e libertà ma dall’altro preme per sperimentare l’appartenenza all’Altro.
L’alchimia sta proprio nel trovare la giusta miscela di queste due esigenze: libertà ed appartenenza diventano bisogni che ci portano in luoghi lontani della nostra anima, che premono per essere soddisfatti entrambi, allo stesso modo, con la stessa potenza.
Se i processi di identificazione e di svincolo dalle nostre figure primarie di riferimento non sono stati completati, queste due esigenze rischiano di dare vita a copioni relazionali patologici che espongono la coppia alla sofferenza.
Sono io e sono noi.
L’alchimia è questa.

Dott.ssa Cristina Moretta
Psicologa, psicoterapeuta
Specialista in terapia della coppia e delle famiglia

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Incontri/AMO/ci: tre appuntamenti per vivere al meglio le relazioni affettive

 

 

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L’amore secondo Botero |2001

Il gruppo di ieri sera è stato davvero intenso e divertente. Il Centro di Psicologia e Psicoterapia di Corso Re Umberto 44 si è riempito di energia. Un incontro vivacissimo che ha messo in gioco l’idea della coppia e dell’ascolto amoroso.

Siamo capaci di ascoltare l’altro? E l’Altro dentro di noi?

La coppia non è un obbligo ma un percorso creativo!

La coppia è una sfida di libertà che passa attraverso la continua revisione delle proprie posizioni, al fine di rendere dinamico quel che tende a irrigidirsi.

E adesso? Che cosa faremo? Vogliamo invitarvi a:

Incontri/AMO/ci

(esercizi di comunicazione amorosa

per l’ascolto di se stessi e dell’altro) 

TRE APPUNTAMENTI PER SINGOLI E PER COPPIE

(è consigliabile indossare un abbigliamento comodo)

UNO | Dott.ssa Alessandra Giordano + Cristina Moretta 

24 MAGGIO DALLE 19.00 ALLE 20.30

Ascolti/AMO/ci: riconoscere le emozioni per esprimere se stessi al meglio

DUE | Dott.ssa Valeria Bianchi Mian + Dott.ssa Cristina Moretta

31 MAGGIO DALLE 19.00 ALLE 20.30

Incontri/AMO/ci: scoprire e ritrovare se stessi nella relazione con l’altro 

TRE | Dott.ssa Valeria Bianchi Mian + Dott.ssa Alessandra Giordano

7 GIUGNO DALLE 19.00 ALLE 20.30

Condividi/AMO/ci: il dono, lo scambio e le dinamiche della relazione amorosa

COSTO: 80 EURO IL PACCHETTO DI TRE INCONTRI

 

Fatevi un dono di benessere.

Vi aspettiamo.

Per informazioni e prenotazioni sulle attività del Centro di psicoterapia:

Dottoressa Cristina Moretta | psicoterapeuta in Corso Re Umberto 44 | Telefono: 3388972318

Dottoressa Alessandra Giordano | psicoterapeuta in Corso Re Umberto 44 | Telefono 3381411894

Dottoressa Valeria Bianchi Mian | consulente psicoterapeuta in Corso Re Umberto 44 | Telefono 3381411894

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’AMORE PARLA – vieni a conoscere Sì/AMO – 3 maggio 2018

Si parte!

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Maura Banfo | L’ascolto | 2016

 

 

SI PARTE!

Alessandra Giordano + Cristina Moretta + Valeria Bianchi Mian

3 maggio 2018 ore 20.30
Corso Re Umberto 44

Una serata di confronto e riflessione sulla psicoterapia della coppia e della famiglia.

TI PRESENTEREMO IL PROGETTO Sì/AMO, PARLEREMO DI INNAMORAMENTO E AMORE, DI PROBLEMATICHE DI COPPIA E DI PSICOTERAPIA; CON TE, ASCOLTEREMO E ACCOGLIEREMO I TUOI DUBBI E LE DOMANDE CHE VORRAI PORCI. TI ASPETTIAMO!

Incontro gratuito con prenotazione |per info: 338/8972318 – 338/141894 – 333/2544620 | http://www.studiodipsicologiatorino.it/

 

 

Uncategorized, VIOLENZA

UNA STORIA OLTRE L’AMOR(T)E – Valeria Bianchi Mian

Una donna risorta dalle ceneri. Si rialza, come una fenice. Ho già parlato di lei; ho narrato la sua storia a partire dal bel testo  – “Un’altra vita” – tracce di una creatura che ritrova la libertà.

L’esperienza di Filomena Lamberti è un percorso attraverso la morte – simbolica e, anche, reale – verso la rinascita. Nel buio, questa donna ha camminato da sola. Oltre il labirinto. Fuori dall’inferno – con un finale apparentemente tragico ma risolutivo. Un nuovo inizio che stravolge il dramma e si rivela romanzo – vero – di formazione. Dalla solitudine, l’autrice della propria vita, finalmente, apre la porta alla collaborazione, alla sorellanza, alla forza condivisa.

Per leggere il mio articolo su Psiconline: clicca qui.

“Un’altra vita” (Ed. Arti Grafiche Boccia, Salerno, 2017) che “non è un romanzo” ma “il coraggio di testimoniare”, di narrare non una ma due vite, se non addirittura tre. 

Chiamarlo “amore”, per quanto un amore possa essere patologico, estremamente malato, particolarmente deviato, (co)dipendente,  pericoloso e persino assassino non mi convince. Chiamarlo “amore”, questo legame tra due individui, stato o modo di vivere, non è del tutto corretto quando si oltrepassa il limite e si sconfina nel regno della violenza. Noi psicologi e psicoterapeuti siamo generalmente consapevoli del fatto che nel sentimento più elevato, in ogni ambito del vivere sociale, si celino molte ombre, si agitino voci contrarie a quando è apparenza, voglie distruttive, impulsi alla negazione dello stesso sentimento. Fare i conti con le ambivalenze che ci caratterizzano e ci rendono gli esseri umani che siamo è un percorso di coscienza. Non è per tutti. Ci sono casi in cui prevale il “nero”, l’assenza di anima, la “reificazione” dell’altro, il rendere la persona “amata”  un mero oggetto. Una cosa.

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Giulia Caira|Se stasera sono qui|2004|still video

Una cosa da sfruttare, da gettare via, da distruggere, giorno dopo giorno. Ci sono storie di prigionia che non sono percorsi ma punti fermi senza scampo.

 

Ci sono donne come Filomena Lamberti.

Anno 2012. Siamo all’inizio del mese di giugno. Interno notte: una stanza, un letto, una donna colta nel sonno dallo sguardo vigile di un uomo. Sono le quattro di mattina.
La dormiente viene destata dalla voce del “bastardo” (è questo il termine che Filomena Lamberti principalmente utilizza per indicare l’ex marito) che dice: “Vir’ che te ‘rongh’” – guarda che ti do. Le dice vedi cosa ti faccio. Vedi. Poi, senza ripensamento alcuno, lui le rovescia addosso una bottiglia di acido solforico, lo stesso acido che la coppia usava per sturare i tubi della pescheria a gestione familiare. Tutto brucia, tutto ha inizio.

Di associazioni che dedicano le proprie forze a sostenere le donne vittime di violenza domestica (e non ) ce ne sono moltissime. Per esempio, Linearosa Spaziodonna nasce a Salerno nel 1980 e ancora oggi è una rete, è un calderone di iniziative che fanno cultura di libertà. Per Filomena Lamberti questo spazio è un porto, ed è un punto di arrivo e di ripartenza per donne che vogliono imparare, conoscere per la prima volta, o re-imparare la libertà di spirito. Che è una cosa che si può far crescere, proprio come le piante nel giardino interiore.

La storia di Filomena si avvicina a quella di  altre donne che hanno subito violenza – a più livelli – proprio a partire dalle relazioni (an)affettive, e va ad aggiungersi alle narrazioni possibili come emblema, monito, nonché stimolo alla riflessione sul tema della libertà e del legame.

A Torino, gli incontri di Sì/AMO sono pensati anche per riflettere insieme ai partecipanti – singoli e coppie – sui limiti, sui confini tra desiderio e potere, tra sentimento e imposizione, tra corteggiamento e atteggiamento importuno, a partire dalla fase di innamoramento. Le serate e i gruppi co-condotti da me, Alessandra Giordano e Cristina Moretta offrono uno spazio per condividere impressioni e paure, desiderio di migliorarsi, svelare gli inganni nelle relazioni già avviate.

State connessi, perché vi terremo aggiornati sulle nostre iniziative.

 

 

 

 

 

 

INNAMORAMENTO, Uncategorized

L’INNAMORAMENTO – scorci da un racconto di Cristina Moretta

Quando irrompe nella vita di ognuno di noi, l’innamoramento è un evento davvero magico.

Improvvisamente l’Io, diventato maturo e pronto, percepisce una parte di Sé mai vista prima e, scorgendola, prova una soddisfazione totalizzante e un desiderio cosi intenso da sentire di non poterne più fare a meno, mai.
Nelle svariate domande che ci accompagnano nel nostro percorso di vita e che hanno sempre l’Io come soggetto, una certezza squarcia improvvisamente la nebbia che avvolge il nostro essere persona, nel mondo: “io sono fatto per amare”. Ed è in questa improvvisa e destabilizzante certezza che a volte ci perdiamo, e finiamo per investire nei rapporti di coppia in modo totale, sognando e agognando che l’Altro/a sia disponibile a puntare su di noi quanto noi puntiamo su di Lui/Lei.
Tuttavia, se siamo stati sufficientemente fortunati, se la nostra esistenza è stata cercata, desiderata, voluta, possiamo dire di aver già vissuto un’altra esperienza di amore assoluto, e il modo in cui l’abbiamo percepita, vissuta, sperimentata sulla nostra pelle ci ha fornito la prima certezza sulla quale abbiamo potuto costruire la nostra identità: “io sono fatto per essere amato”.

Nel passaggio tra queste due esperienze di amore di cui siamo prima oggetto poi soggetto talvolta ci perdiamo, ci blocchiamo o ci sottraiamo, certi di non meritarlo.
Perché, se è vero che la relazione partecipa e definisce la definizione di persona e, se la prima relazione sperimentata non è sufficientemente calda, rassicurante, nutriente e creativa, allora il nostro esistere e vivere in relazione ne sarà inevitabilmente condizionato.

A meno che non accada come ai personaggi di questo racconto che riescono a trovare in luoghi alti ed altri il vero volto dell’amore.
Perché è nell’appartenenza e nella ricerca del legame che troviamo il senso della nostra vita.

Ed ecco, voglio regalarvi un brano tratto dal mio romanzo in fieri. Parla di un adolescente e della nascita dell’amore.

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Da

TRE GIORNI

di Cristina Moretta

Ancora faceva fatica a crederci.
Tutto sembrava uguale, ma non lo era.
Sentiva che non lo era.

La prima cosa che lo colpì fu la luce, insieme alla curiosa sensazione di essere in un posto nuovo dove tutto sembrava già visto, conosciuto, vissuto.
Ogni cosa però sembrava semplice.
E poi faceva un freddo freddissimo, mai sentito in città un freddo simile.
Minuscoli fiocchi, secchi e pungenti sembravano danzare nell’aria e gli arrivavano sul volto, sui capelli sulle spalle sulla lingua.
Si guardò attorno e con un po’ di attenzione riconobbe il luogo.
Lo conosceva bene, un sacco di volte si era ritrovato con i suoi compagni di scuola a giocare a calcetto, quando ancora le energie non erano svanite dal suo corpo e dalla sua anima, lasciando il posto alla noia, alla solitudine, al buco nero.

“Raga al campo alle 15 ?” – iniziava cosi, con un sms sulla chat.
Calcetto e birra e poi sparare minchiate galattiche e ridere e lasciarsi tutto indietro, come se la vita fosse tutta quanta lì in quel momento e tutta da assaporare con golosa ingordigia.
A pensarci ora sembrava essere trascorso un tempo lunghissimo e quasi faceva fatica a riprendere quelle immagini che gli rimandavano parti di sé che non riconosceva più.
Il corpo sudato e stanco, le vibrazioni di un passaggio alla Pirlo, lo sfottò di chi vinceva , il progettare una nuova partita.
Sentire le emozioni, la gioia e la sensazione che la vita potesse essere tutta li, il calcetto, gli amici, la birra e le ragazze che passavano e che si lasciavano guardare, e le fantasie che si accendevano dietro i leggings che fasciavano i giovani corpi.

Eppure qualcosa non tornava.
Se ne accorse quasi subito.

Era come se la realtà fosse stata oggetto di un copia/incolla un po’ bizzarro in cui le varie parti ricomposte formavano un tutto che pareva improvvisamente estraneo.
Nell’insieme sembrava che quel parco, quella strada, quei campi da calcetto fossero parte di una realtà conosciuta, vissuta, annusata e goduta ma al contempo c’era qualcosa che li rendeva tremedamente diversi.
Altri luoghi.
Meno macchine, ciò era evidente, e quelle che si vedevano in giro erano o piccole o con una strana forma allungata e spigolosa.
Le strade sembravano molto più ampie e spaziose, le automobili le percorrevano con una tranquillità disarmante, che faceva pensare che le persone che ne erano alla guida non avessero un reale posto da raggiungere ma che si limitassero a starci sopra, e basta.
E poi le persone… così similmente diverse.

Ragazzi e ragazze che percorrevano il vialetto, parlavano animatamente tra di loro oppure ascoltavano musica che proveniva da strane scatole rettangolari da cui uscivano note graccchianti e pungenti.

Nessuno parlava al telefono o teneva lo sguardo fisso su uno smartphone, alla ricerca di chissà quale video su Youtube o di chissà quale foto su Instagram da commentare senza voglia.

Chi era seduto su una panchina aveva un libro tra le mani oppure se ne stava bellamente sdraiato, lo sguardo fisso rivolto verso il cielo.
Molti andavano sullo skateboard, altri si lanciavano uno strano disco di plastica e sembravano divertirsi un sacco, altri giocavano a pallone, altri ancora stavano seduti sul prato, gambe incrociate a fumare e suonare la chitarra.
“Sembrano dei fricchettoni anni ’70” – pensò Giulio distrattamente.
Sospirò e si accese una sigaretta. Si strinse nel suo giaccone troppo leggero per un gennaio cosi rigido e pensò che forse il suo era solo un sogno.

Forse non stava capendo delle cose, ma pazienza.
La sua vita ora era cosi, obbediva a due semplici regole : non porsi troppe domande e lasciare andare il più possibile i pensieri.
Il suo terapeuta gli aveva dato delle dritte su come evitare che l’ansia prendesse il sopravvento quando stava fuori di casa e tutto sommato funzionavano. Stare fuori non era più cosi tanto angosciante anche se evitatva di posare troppo lo sguardo sugli altri.
E poi stare lì gli piaceva. Non sapeva il perché ma si sentiva bene.
Ripensò, solo per un breve momento alla mattinata appena conclusa, iniziata come molte altre.
Sua madre che gridava, il volto contratto, gli occhi spenti, la voce stretta da un’impotenza che sembrava percorrerla dalla testa ai piedi.
Giulio alzati, Giulio fatti la doccia, Giulio mettiti degli abiti puliti, Giulio hai dei programmi per la giornata, Giulio non puoi passare la vita a letto…

Giulio Giulio Giulio

Cosi da mesi.
Mamma non rompermi i coglioni.
Mamma sto male,
Mamma non ho una ragione per alzarmi.
Mamma ho paura.
Mamma non sento niente.
Cosi da mesi

E poi, a volte, iniziava la danza… che lasciava entrambi sfiniti e disillusi, feriti e abbracciati alle reciproche solitudini, pieni di rabbia e di dolore.
Ballerini arrabbiati, fisicamente troppo vicini ma persi in un desolante vuoto di senso fino a che una se ne andava sbattendo la porta, e l’altro che si girova dall’altra e chiudeva gli occhi alla vita.

E’ cosi difficile stare in tutto ciò, mamma?
Cosa ti fa così paura?
Da che cosa vuoi scappare, sottrarti?
Da me? Dalla mia stanza vuota?

Dai miei vestiti che puzzano sotto le coperte?
Dalle mie giornate spente? Dai miei pensieri sempre uguali?
Dai miei libri appoggiati li, abbandonati alla loro sapienza muta?

Avrebbe voluto chiederglielo ma anche fare domande era diventato faticosamente inutile e cosi tutte queste domande rimanevano dentro la sua testa, a fargli un po’ di compagnia per poi fluire nell’unica conclusione che lo accompagnava da un po’

“Fanculo.”

Iniziò a camminare, lo sguardo fisso, il cuore stanco.
Cercò di allontanare un po’ da sé la grande solitudine e l’impotenza che quelle domande e quei pensieri gli avevano scaraventato addosso, come sassi che cadono da un cavalcavia, lanciati da qualcuno che nella crudeltà trova il senso della vita. Respirò con la bocca spalancata, alla ricerca di aria fredda da inghiottire che riuscisse a scuoterlo un po’.

E poi la vide.
E tutto iniziò.

Molte volte si era chiesto se esistessero davvero i momenti in cui la vita, quella che è nostra, che ci appartiene e che conosciamo come le nostre tasche, potesse cambiare completamente il suo corso.
Ci sono davvero momenti così, che ci fanno diventare improvvisamente diversi? Momenti che palesano davanti ai nostri occhi una realtà sconosciuta, forse a tratti insostenibile e che dal suo ignoto fa emergere muta una linea di demarcazione tra il prima e dopo quell’attimo?
Oppure, piu semplicemente momenti del genere rappresentano il punto di arrivo di un processo lento, che sfugge alla nostra consapevolezza, che scorre sotteraneo alle nostre giornate e ai nostri affanni ma che ad un certo punto non riusciamo piu ad evitare?
E ne incrociamo lo sguardo, a volte nudo e feroce, altre morbido e paziente e nel sentirne l’odore la nostra vita cambia, così in una frazione di secondo?
Accadde.
Quando Giulio la vide, entrò in quel momento.
E tutto prese a girare vorticosamente.
Un senso di nausea arrivò fino giu alle viscere, lo fece barcollare.
Non è possibile, non ora, non qui.
Lei. Sola. Piccola. Dentro ad un giaccone enorme.
Stava seduta su una panchina, aveva l’aria distratta e un po’ svagata.
Giocherellava senza gioia con il suo cane, che pareva intento a darle un po’ di della sua… con guaiti e movimenti di coda.
I capelli raccolti in due trecce, un po’ allentate, il viso affilato, lo sguardo colmo di tristezza, se ne stava li con il corpo contratto nel suo giaccone blu.
Non sembrava attendere qualcuno, sembrava una ragazzina sola che non era attesa da nessuno.

Era lei, Giulio ne era sicuro.
Lo sguardo, il modo di muovere le mani, di toccarsi i capelli e di fissare la vita era il suo e lo avrebbe riconosciuto tra mille.
Eppure non poteva essere, come avrebbe potuto essere?
Si avvicinò, lentamente.
Ora la vedeva meglio.
Quattordici anni, forse quindici.
Gli occhi enormi erano aperti su un mondo senza gioia, le gambe accartocciate erano fasciate da un paio di jeans scoloriti su cui spiccavano le scritte “I’M free”, “Fate l’amore non la guerra” e il contorno un po’ sbiadito del simbolo dell’infinito che ombreggiava dalla tasca posteriore, mezza sdrucita.
Ai piedi le pedule slacciate da cui facevano capolino dei calzini a righe rosse e gialle.
Un maglione rosso e lungo sbucava dall’orlo del giaccone.
Il suo primo impulso fu di girare le spalle e allontanarsi da quel flash spazio temporale che aveva tutta l’aria di un incubo generazionale.
Fuggire da quel prima che precede un dopo in cui tutto sarebbe stato diverso e comunque avrebbe presentato, prima o poi un conto da pagare.
Invece non se ne andò, ma si avvicinò e si sedette lì, su quella panchina.

“Ciao, aspetti qualcuno?” – le disse.
Solo allora lei si volto e lo fissò, incuriosita ma non stupita.
E tutto iniziò a girare e Giulio fu catturato da quel viso, da quello sguardo.
Era solo suo, apparteneva solo a lei, lo avrebbe riconosciuto ovunque.
E anche se la logica, la razionalità gli suggerivano altro, Giulio si perse dentro quell’accenno di sorriso che iniziava a scorgere.

Aveva amato quel sorriso, immensamente.
E gli mancava di già, immensamente.

All’improvviso ricordò che quando era piccolo l’esigenza di vedere il suo sguardo sorridente rivolto verso di lui era talmente forte, che quando non lo scorgeva e lei gli sembrava assorta nei suoi pensieri, o intenta a fare altro non riusciva a trattenersi e glielo chiedeva, cosi senza un preciso motivo

“Sorridi, dai!”
E lei, e distratta, lo guardava, lasciando che un sorriso enorme in cui partecipavano complici gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie si stampasse sul suo volto e tutto andava a posto per lui.
Perché in quel tempo il suo mondo era ancora magicamente legato al sorriso di lei, al suo essere gentile e accogliente e gli pareva di non avere bisogno di altro.
La sua voce, lo distolse da quei ricordi.

Il racconto continua. Se vi è piaciuto, ne pubblicherò altre parti, prossimamente…

C.M.

 

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LA DIPENDENZA AFFETTIVA E LA CO-DIPENDENZA – Alessandra Giordano

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Negli ultimi anni si è avuto un profondo mutamento nel campo delle dipendenze, tale da rendere indispensabili, per un efficace contrasto del fenomeno, delle strategie d’intervento sempre più complesse e articolate.

Ci troviamo a contrastare un uso ed abuso di comportamenti dannosi per sé e la società, con crollo dell’individuo, con ricoveri in strutture sanitarie, deterioramento fisico e psichico. Nei prossimi articoli analizzeremo i comportamenti con uno sguardo alle dipendenze senza “sostanze” illegali ma caratterizzati da forme di addiction nel comportamento, nelle relazioni, nell’uso di tecnologie o piuttosto nei consumi. Atteggiamenti che si sviluppano all’interno della quotidianità attraverso abitudini legittime e socialmente incentivate e accettate. Il più delle volte il soggetto affetto da queste dipendenze non ha la percezione di compiere qualcosa di rischioso per sé o per gli altri, non ha la percezione di un comportamento distruttivo. Le differenze con il dipendente da sostanze psicoattive è soprattutto visibile dalla legalità, e perciò dall’accettazione da parte dei pari o del gruppo sociale, con la conseguente non problematicità di quello che sta accadendo o il più delle volte la svalutazione del rischio. La dipendenza da sesso, dalle relazioni affettive, lavoro, cibo, sport, tecnologia digitale è qualcosa di cui non si può fare a meno in quanto parte essenziale della nostra esistenza.

SINTOMI COMUNI

Cambiamento del tono dell’umore Dominanza dell’attività su pensiero e comportamento Craving Astinenza Ricaduta Necessità di aumentare la frequenza

DIFFERENZE

Dipendenza da sostanze: evitare l’incontro con esse Nuove dipendenze: abbiamo un paradosso per cui le strategie tese all’evitamento sono messe in crisi, dalla richiesta a consumare e sperimentare con moderazione e in maniera consapevole. L’obiettivo è mantenere il comportamento senza l’innesco della compulsività. Affettività e co-dipendenza La dipendenza affettiva rappresenta la madre di tutti i processi di addiction. La propria affettività procede in equilibrio tra l’amore per l’altro e la sicurezza di sé. Il buon esito di un investimento affettivo si ha con l’instaurarsi di una linea narcisistica sana, di un amore verso se stessi, di sicurezza e sensazione di poter contare sulle proprie capacità. Se la relazione con la figura affettiva di riferimento è inappagante o assente, il bambino può adattarsi alla situazione frustrante ed in seguito difendersi contando solamente su se stesso e sulla propria autonomia, strutturando una personalità di tipo evitante. Al contrario può sviluppare uno schema di dipendenza dall’altro, perennemente bisognoso della continua approvazione e conferma altrui, rimasto così “prigioniero di un bisogno non risolto di vicinanza e presenza dell’altro”. Se seguiamo lo schema dell’evitamento dell’altro (con sintomi di vicinanza e all’opposto di lontananza), siamo spettatori di un continuo gioco di “esserci e non-esserci” tipico di determinate relazioni “a singhiozzo”. In questo schema la fonte di sicurezza diviene la propria sensazione di potere personale, di quel narcisismo patologico che non ha un coinvolgimento affettivo. Il dipendente affettivo andrà a sviluppare un bisogno compulsivo dell’altro, un bisogno delle conferme altrui e di quell’attenzione che il dipendente non sa mettere su di sé. Il D.p.a. (dipendente affettivo) è caratterizzato da gesti di amore immensi e dalla capacità di prendersi cura dell’altro, in maniera totalizzante, appagando in questa maniera i propri bisogni rimasti scoperti. Questi legami d’amore sono il più delle volte illusori, conflittuali e distruttivi. Assistiamo ad una co-dipendenza affettiva dove i partner delle persone dipendenti diventano i potenziali salvatori. La situazione più tipica è il ruolo della vittima e del salvatore. Il dipendente affettivo si propone come risolutore delle problematiche del partner (l’alcoldipendenza, la tossicodipendenza, l’addiction da gioco…) nascondendo così la propria dipendenza; La persona dipendente da sostanze delega al partner la propria salvifica cura, quando sappiamo che solo noi stessi possiamo curarci e metterci in discussione. Il ballo della coppia: il salvatore e la vittima diventano i persecutori, accusati di essere uno il carnefice dell’altro. Di solito questa relazione di aiuto non dona risultati, ma genera aggressività, frustrazione e tristezza. Correlati Dipendenze: Lo shopping compulsivo Dipendenze: Lo shopping compulsivo 22 maggio 2017 In “Psicocose” L’abisso di noi stessi: il mito di Narciso L’abisso di noi stessi: il mito di Narciso 23 settembre 2017 In “Psicocose” Il Diavolo: incontro con l’ombra Il Diavolo: incontro con l’ombra 20 maggio 2017 In “SpiritualMente”

SCRITTO DA ALESSANDRA GIORDANO

Mi occupo da tempo di dipendenze patologiche, con particolare attenzione alla dipendenza affettiva. Sono responsabile di un centro di terapia di coppia, rivolto a persone che presentano problematiche relazionali. Sono responsabile clinica di una struttura terapeutica e riabilitativa per il trattamento di pazienti con problematiche di dipendenza patologica da alcol e da sostanze. Mi occupo di formazione e supervisione clinica per operatori di comunità.